Se pensi che il significato di una parola stia tutto nel dizionario, potresti sorprenderti: per Wittgenstein la chiave è altrove.
Nelle Ricerche filosofiche, Wittgenstein spiega che per capire le parole dobbiamo guardare a come vengono effettivamente usate nelle pratiche quotidiane, non a definizioni astratte o immagini mentali.
La domanda di oggi
Secondo le Ricerche filosofiche di Wittgenstein, il significato di una parola è…
- il referente oggettuale che nomina
- la definizione immutabile nel dizionario
- l’immagine mentale che evoca
- il suo uso nel linguaggio
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Risposta corretta: il suo uso nel linguaggio
Risposta corretta: il suo uso nel linguaggio. Per Wittgenstein il significato emerge da ciò che facciamo con le parole all’interno di regole condivise. Esempio classico: “gioco” copre scacchi, calcio, rompicapo… non c’è un’unica essenza, capiamo osservando gli usi. Perché le altre opzioni non funzionano: il referente oggettuale? Molte parole (“e”, “se”, “domani”) non nominano nulla. La definizione immutabile? Le definizioni cambiano e spesso riassumono usi. L’immagine mentale? Le immagini variano da persona a persona, eppure comunichiamo grazie a pratiche comuni.
Wittgenstein parla di giochi linguistici: chiedere, ordinare, raccontare, scherzare. La stessa parola cambia ruolo a seconda del gioco. “Porta!” come comando in palestra non è la stessa cosa di “La porta è aperta”. Capire una parola significa saperla impiegare correttamente in contesti diversi.
Errore diffuso: pensare che ogni parola possieda un significato vero e fisso. Per Wittgenstein non è caos né relativismo totale: c’è stabilità perché ci sono regole pubbliche d’uso, ma non esistono essenze nascoste e immutabili dietro le parole.
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